Che cosa hanno in comune il pennello “furioso” di un maestro del Cinquecento veneziano e le provocazioni visive degli artisti contemporanei più acclamati al mondo? Camminando tra le sale della Scuola Grande di San Rocco, le Gallerie dell’Accademia e Ca’ Pesaro durante la 61^ Biennale d’Arte di Venezia, ci si rende conto che il tempo sembra essersi annullato.
A mettere in dialogo questi mondi è un tema antico quanto l’umanità: il corpo. Non una semplice forma anatomica da copiare, ma una materia viva, complessa e drammatica. Ecco come Jacopo Tintoretto, Jan Fabre, Jenny Saville e Marina Abramović raccontano, a distanza di secoli, lo stesso viscerale bisogno di trascendenza.
L’intuizione “cinematografica” di Tintoretto
Molto prima dell’invenzione del cinema e dei set fotografici, Jacopo Tintoretto (1518–1594) aveva già capito tutto sulla regia delle immagini. Per preparare i suoi grandiosi dipinti, il pittore veneziano allestiva piccoli teatrini con modellini in cera illuminati dalla luce delle candele.
Questo gli permetteva di studiare ombre spettrali, scorci spericolati e muscolature in tensione. I suoi personaggi non sono mai immobili: sembrano fermi-immagine catturati nel bel mezzo di un’azione travolgente, squarciati da bagliori improvvisi che trasformano la scena sacra in un palcoscenico teatrale.
Proprio sotto la monumentale Crocifissione dipinta da Tintoretto a San Rocco, l’artista belga Jan Fabre ha collocato la sua scultura dorata The Man Who Cuts the Grass. L’opera raffigura l’artista stesso, con il volto del fratello Emiel, intento nell’atto umile e ossessivo di recidere invisibili fili d’erba con piccole forbici. L’artista fiammingo indossa un abito elegante, un’armatura sartoriale che mantiene intatta la sua compostezza perfetta anche nell’atto del piegarsi verso terra per compiere quel gesto apotropaico, insegnatogli dalla madre per scacciare le negatività. La scultura è stata progettata con una forma specifica: la schiena dell’artista si offre letteralmente come “seduta” per lo spettatore. Ma qui scatta una suggestione psicologica e comportamentale che ribalta il concetto stesso di interazione. Benché invitati a sedersi, i visitatori rimangono in piedi. Un’istintiva reverenza e un profondo rispetto bloccano il gesto fisico, trasformando quel rifiuto di sedersi nell’atto di contemplazione e devozione più puro.

Oltre la bellezza ideale: la pittura di Jenny Saville
Se il Rinascimento cercava l’armonia e la perfezione dei corpi, l’arte di Jenny Saville fa esattamente l’opposto. La celebre pittrice britannica porta a Ca’ Pesaro corpi imponenti, segnati, chirurgicamente tracciati o apparentemente “fuori misura”. Guardando un quadro della Saville da lontano si scorge la figura; ma avvicinandosi, la pelle si dissolve in un ammasso selvaggio di colore puro. Così la pittura di Tintoretto, spesso criticato dai suoi contemporanei (come Giorgio Vasari) perché lasciava le sue tele “non finite”, fatte di pennellate rapide e graffianti che da vicino sembrano quasi astrazione.
Dal sangue all’energia: il viaggio di Marina Abramović
Nelle Gallerie dell’Accademia la montagna di ossa insanguinate (metafora degli orrori e del lutto della guerra nei Balcani) si trova davanti al video Balkan Baroque (1997), premiata con il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia. Marina Abramovic introduce un forte contrasto simbolico attraverso la danza. Nello schermo centrale dell’opera, l’artista appare inizialmente vestita da scienziata/medico mentre racconta con freddezza la cruenta storia del “ratto-lupo”. Subito dopo, si spoglia del camice e inizia a ballare in modo sensuale una danza popolare (una Csárdás, musica folk serba) per confrontare la pulsione di vita, la vitalità sfrenata e l’erotismo ancestrale che continuano a scorrere a dispetto della morte e della devastazione.
Ma la carne non è la destinazione finale. Nella sua recente produzione Transforming Energy l’artista serba compie un passo ulteriore: abbandona il sangue e il dolore per esplorare la forza dei minerali e dei cristalli. Il corpo umano smette di soffrire per diventare un conduttore d’energia, invitando il pubblico a fermarsi, respirare e ritrovare un contatto profondo con se stesso.
La regia della luce
Il vero fil rouge concettuale che unisce questi quattro artisti e ne convalida il parallelismo mediale è la gestione della luce. Per nessuno di loro la luce ha un valore puramente naturalistico: è sempre un dispositivo artificiale volto a sezionare il corpo e a rivelarne l’anatomia come destino tragico, politico o spirituale.
Per Tintoretto è un lampo mistico e spettrale che strappa i corpi dal buio calandoli in un’atmosfera irreale e apocalittica.
Per Jan Fabre è il bagliore dorato del bronzo al silicio che attiva una vera e propria trappola visiva: la superficie non respinge la luce, ma cattura e assorbe i riflessi e i messaggi teologici dei soffitti, trasformando il suo corpo in un dispositivo specchiante, inglobando il dramma sacro nella materia metallica del contemporaneo
Per Jenny Saville è la luce fredda e spietata che non accarezza le forme, ma ne denuncia il peso, le asimmetrie e le imperfezioni.
Per Marina Abramović è un’illuminazione d’atmosfera pensata per far vibrare gli spazi e la materia minerale.