nota di Romina Maccari Segretaria Generale SPI CGIL Macerata

La liberazione del campo di sterminio nazista rese evidente ciò che per troppo tempo era stato taciuto, negato o volutamente ignorato: la Shoah, lo sterminio sistematico di milioni di esseri umani, organizzato e messo in atto dallo Stato contro una parte della propria popolazione.

Per lo SPI CGIL, la Giornata della Memoria non è una ricorrenza rituale, ma un impegno permanente. Conservare e divulgare la memoria significa difendere la dignità della persona, contrastare ogni forma di revisionismo e negazionismo, e trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza di ciò che accade quando i diritti vengono progressivamente svuotati e l’umanità ridotta a categoria amministrativa.

Tra le iscritte e gli iscritti allo SPI vivono ancora oggi donne e uomini che quella storia l’hanno attraversata sulla propria pelle. Persone che hanno assistito ai rastrellamenti, che hanno visto vicini di casa e compagni di lavoro scomparire, padri e nonni scegliere la macchia e le brigate partigiane. Molti furono deportati per il lavoro coatto, come accadde a Kahla dove tanti di civili rapiti nel maceratese dai nazisti furono utilizzati come manodopera a costo zero, in sostituzione dei lavoratori tedeschi mandati al fronte.

Rimane vivo il ricordo dei banchi di scuola improvvisamente vuoti, di compagni che non tornarono più solo perché ebrei. A Camerino, come in molte altre città italiane, esisteva una comunità ebraica numerosa e radicata, cancellata dalla persecuzione. E restano impresse le immagini dei sopravvissuti che, alla fine della guerra, fecero ritorno a piedi dai campi, percorrendo migliaia di chilometri, portando nei corpi e negli sguardi il peso dell’indicibile.

Le atrocità commesse nei campi di detenzione e di sterminio, e la spaventosa normalità con cui furono consumate, hanno rappresentato il seme da cui è nata la riflessione moderna sui diritti umani. Da quella tragedia sono scaturite le carte fondamentali, le convenzioni e gli accordi che regolano il diritto internazionale. Un sistema che, tuttavia, resta intrinsecamente fragile se non viene riconosciuto e praticato da tutti come il corretto strumento di convivenza tra gli Stati e di tutela delle persone.

La Giornata della Memoria nasce esattamente per ricordarci questa vulnerabilità: quando gli abusi provengono dallo Stato, quando è il potere pubblico a sospendere diritti, a selezionare chi è incluso e chi è escluso, nessuna società può dirsi al sicuro. È una lezione che riguarda anche il presente. Basti pensare ai comportamenti di dubbia moralità messi in atto negli Stati Uniti nel contesto della cosiddetta lotta all’immigrazione, dove la compressione dei diritti fondamentali viene giustificata in nome della sicurezza e del consenso politico.

Le stesse ragioni profonde che portarono alla Shoah — la disumanizzazione, la costruzione del nemico, l’erosione progressiva delle garanzie giuridiche — oggi mettono in discussione il diritto internazionale e la sua capacità di essere effettivamente vincolante.

La Shoah fu un evento unico nella sua radicalità: Stati come Germania, Polonia, Italia decisero di perseguitare e annientare una parte dei propri cittadini, trasformando l’apparato
pubblico in macchina di esclusione e di morte. Diversamente dai genocidi contemporanei, nei quali lo scontro avviene tra soggetti distinti, nella Shoah lo Stato colpì i propri figli, privandoli prima dei diritti, poi della libertà, infine della vita.

Per questo la memoria non è solo un dovere verso il passato, ma uno strumento critico per leggere il presente. Difenderla significa vigilare affinché nessun potere possa nuovamente decidere chi ha diritto di esistere e chi no.

 

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