Dalla riorganizzazione dei servizi alla questione delle rette, passando per le polemiche politiche e i nuovi progetti per migliorare l’assistenza agli anziani. È un’intervista a tutto campo quella concessa a Radio Erre dal presidente della Fondazione Ircer, Riccardo Ficara Pigini, che affronta i temi di maggiore attualità riguardanti la casa di riposo di Recanati e, più in generale, il sistema delle strutture residenziali marchigiane.
Tra gli argomenti affrontati, il dibattito sviluppatosi in Consiglio regionale sull’adeguamento delle rette delle residenze per anziani, rispetto al quale Ficara Pigini chiarisce quale sarà la situazione dell’Ircer e quali effetti potranno avere le decisioni della Regione sulle strutture accreditate. Il presidente interviene inoltre sull’interrogazione presentata dalle minoranze e discussa in Consiglio comunale a Recanati, riguardante l’organizzazione del personale e la qualità dell’assistenza agli ospiti, illustrando le scelte adottate dalla Fondazione e le motivazioni della riorganizzazione del servizio socio-sanitario.
L’intervista offre poi uno sguardo sulle novità introdotte nella struttura: il nuovo servizio di portineria, il rapporto con i familiari degli ospiti, gli investimenti in innovazione e digitalizzazione, i sistemi di monitoraggio assistenziale basati sull’intelligenza artificiale, i progetti per migliorare le condizioni di lavoro degli operatori, il potenziamento delle attività di animazione e le iniziative promosse insieme ai volontari per rendere la casa di riposo sempre più aperta alla città.
Non mancano infine riflessioni sulle liste d’attesa, sull’assistenza domiciliare come risposta ai bisogni delle famiglie, sulle prospettive di ampliamento dei posti letto e sulle sfide che attendono il settore dell’assistenza agli anziani nei prossimi anni.

2 commenti
*L’anonimo*
Chi lavora in una Fondazione per anziani porta una responsabilità che va ben oltre una mansione. Porta con sé moralità, etica e professionalità. Sono queste tre cose che dovrebbero guidare ogni gesto, ogni parola, ogni turno.
Dentro una Fondazione come quella di Recanati non c’è spazio per altro. Non conta una corrente politica, non conta da che parte stai. Qui si lavora per le persone. Questa Fondazione è divisa in RSA e in vari reparti, dove sono accolte persone con patologie diverse, anche con problemi cognitivi importanti. E quando si parla di anziani fragili, il compito diventa ancora più alto.
L’anziano è memoria. È la storia di un paese che continua a vivere grazie a lui. Mantenerlo curato, accudito, rispettato, significa tenere in piedi proprio quella storia. Non si tratta solo di assistenza o di procedure. Si tratta di farlo con gentilezza, con empatia, con quella professionalità che riconosce nell’altro una persona e non un numero, anche quando la malattia toglie parole e ricordi.
*Chi sono io, l’Anonimo*
Essere “Anonimo” non significa non avere il coraggio di mettere il proprio nome. Significa essere la voce di tutti. Io sono tutti gli operatori che ogni giorno svolgono questo lavoro con amore per il prossimo, ma spesso non riescono a farlo. Sono anche la voce degli ospiti che vivono dentro questa Fondazione e che, oltre al proprio malessere e alle proprie patologie, sono costretti a subire gli stati d’animo di chi li cura.
Operatori sotto pressione, non ascoltati, pochi rispetto a tanti ospiti con esigenze diverse. Troppi ospiti, anche con problemi cognitivi gravi, per poche persone che dovrebbero guardarli tutti. Così non si riesce a dare la dovuta assistenza. Questo porta a una destabilizzazione: della propria moralità, dei propri sentimenti, della scelta stessa di fare questo lavoro. Perché chi sceglie di curare lo fa per donarsi, ma quando viene bloccato in continuazione, quando in modo sottile viene fatto sentire “niente”, arriva lo sconforto. E lo sconforto non si può accettare.
Per questo chiedo a chi comanda il territorio e a chi dirige questa Fondazione di mettere una mano sulla coscienza. Dirigere una Fondazione non significa guardare solo all’aspetto economico, a quello che si guadagna. Significa occuparsi prima di tutto del benessere dell’ospite, del benessere dell’operatore e del benessere della collettività. Solo così anche i familiari che affidano qui i propri cari, con patologie anche gravi, possono stare tranquilli, con un’emotività diversa.
Ma perché tutto questo sia possibile, serve un equilibrio che parte dall’interno. Un operatore sereno è un operatore che cura meglio. Se chi lavora viene ascoltato, considerato e messo nelle condizioni di svolgere il proprio lavoro senza ostacoli, lo farà con più semplicità e con più dedizione. Al contrario, un clima pesante, fatto di incomprensioni e di continue difficoltà frapposte da chi dirige, porta allo sfinimento. E quando crolla la serenità di chi assiste, crolla anche la qualità dell’assistenza data all’ospite, soprattutto a chi ha bisogni complessi. L’equilibrio mentale e professionale degli operatori è la prima garanzia di salute e stabilità per chi vive nella Fondazione.
Per questo è fondamentale il ruolo del territorio. Una Fondazione che opera a Recanati non può essere lasciata sola. Il Sindaco e il Comune hanno il dovere di vigilare affinché tutto ciò avvenga. Il loro compito è mantenere questa Fondazione sana, equilibrata e in grado di funzionare nel modo più sereno possibile, per il bene della collettività. I cittadini hanno affidato al Sindaco il compito di tutelare i servizi che li riguardano. Se questo controllo manca, se non c’è trasparenza e attenzione, viene meno la fiducia. E senza fiducia crolla tutto: la serenità degli operatori, la qualità della cura e la pace di chi è ospitato.
Solo così tutto può scorrere in modo fluido. Solo così la Fondazione può proseguire la sua missione: accompagnare gli anziani, anche quelli più fragili e con patologie importanti, con dignità fino a fine vita, nel rispetto di chi lavora e nel rispetto di chi si affida.
*Un anonimo*
Si vede che l’anonimo non ha mai lavorato con la Fiordomina