Viaggio nella “città metafisica” tra sogno e realtà

La città di Tresigallo è una vera e propria macchina del tempo nel cuore della pianura ferrarese. Unica “Città d’Arte” di fondazione in Italia, questa lontana e marginale cittadina padana divenne, tra il 1935 e il 1939 e su impulso di Edmondo Rossoni (allora Ministro dell’Agricoltura e delle Foreste), l’oggetto di un progetto urbanistico e architettonico d’avanguardia. Un esperimento di Razionalismo italiano che — con le sue rigorose geometrie prospettiche e la marcata spazialità — ha dato forma reale e tridimensionalità alle suggestioni della pittura metafisica di Giorgio de Chirico, materializzando nei mattoni e nel cemento le tele enigmatiche nate dal suo pennello fin dal 1910.
In occasione delle Giornate Metafisiche 2026, la cui decima edizione si è celebrata nel fine settimana del 19 e 20 settembre, i visitatori hanno potuto partecipare a convegni di approfondimento dedicati all’architettura del Novecento e alle nuove tecnologie costruttive, alternandoli a visite guidate — le suggestive “Pillole Metafisiche” — pensate per svelare gli scorci razionalisti più affascinanti della città. A completare l’atmosfera sospesa, il centro storico è stato interamente chiuso al traffico per fare spazio al tradizionale Mercato Metafisico.
La Metafisica è l’indagine di ciò che supera la realtà materiale e l’esperienza dei sensi (basti pensare alla poesia di Giacomo Leopardi e al suo “infinito” oltre la siepe). Quando la si declina nell’arte, occorre ricorrere proprio a De Chirico e a ciò che scriveva: “Un’opera d’arte per divenire immortale deve sempre superare i limiti dell’umano senza preoccuparsi né del buon senso né della logica.” 

Prima ancora di raggiungere il paese, scorrendo in macchina lungo la strada d’arrivo, i grandi complessi delle ex fabbriche sfilano oltre il finestrino. Un tempo fulcro della produzione autarchica di canapa e cellulosa, questi stabilimenti conservano intatta la loro rigorosa struttura architettonica degli anni Trenta. Il vero confine psicologico e la soglia del sogno si materializzano subito dopo, proprio all’ingresso del paese. Qui si viene accolti da un monito silenzioso: il rudere imponente del vecchio mulino elettrico (l’ex Mulino Enel). Con il suo corpo convesso in angolo, le ferrofinestre arrugginite e l’eleganza severa delle sue linee, questa sentinella abbandonata è un gigante ferito che attende un restauro necessario; un recupero che non sarebbe solo un’operazione edilizia, ma un atto dovuto per restituire la meritata dignità storica e formale alla porta d’accesso di questa città ideale.

Varcato questo avamposto, si giunge davanti all’edificio degli ex Bagni pubblici, dove il distacco dalla realtà si fa assoluto. L’intonaco azzurro della struttura e l’immaterialità del cielo padano si fondono in un unico piano verticale, smettendo di essere opposti. E su quella campitura cromatica, una scritta bianca — leggera e netta come una nuvola solitaria — recita la parola SOGNI.  In quell’istante si avverte la vertigine del dislocamento freudiano. La realtà compie un trucco inconscio: la vecchia funzione materiale del luogo (i Bagni) perde il suo peso prosaico e lo trasferisce nell’immaterialità dello spirito (i Sogni). Tutta la carica drammatica dello spazio si concentra in quel dettaglio cromatico e verbale, generando un profondo senso di spaesamento. Con gli occhi aperti alla luce del sole, si è costretti a elaborare il codice onirico.

Spazio Culturale SOGNI (ex Bagni pubblici). Originariamente il tetto portava la scritta “BAGNI”; durante il restauro filologico e la riqualificazione avvenuta attorno al 2000, la scritta è stata modificata in “SOGNI”, diventando il simbolo della rinascita e l’attrazione più fotografata della cittadina metafisica.

Si prosegue verso Piazza Italia, ed è qui che si verifica un’epifania teatrale. Da un lato svetta il blocco del municipio, un fabbricato razionalista dalle linee tese che evoca la rigida lezione funzionalista del Bauhaus. Ma è l’incontro con il lato opposto a generare il vero “scatto” metafisico: disposta di fronte al palazzo civile, incorniciata e quasi protetta da un immenso loggiato curvilineo, sorge la chiesa di Sant’Apollinare, documentata già a partire dall’XI secolo. Con i suoi archi ripetitivi e il ritmo delle sue ombre, quel porticato sembra incurvare lo spazio e proiettarlo verso un punto di fuga infinito. Il Novecento industriale — con la sequenza di formelle che raffigurano i simboli della cultura agricola e corporativa — e il passato millenario si guardano e si confrontano.

In senso orario: Ex mulino Enele, Piazza Italia, particolare del colonnato, particolare di una formella, Palazzo Comunale, Caserma dei carabinieri (ex casa del fascio).

Piazza della Repubblica appare infine come un anfiteatro in cui lo sguardo inciampa in un elemento strano, apparentemente indecifrabile: una fontana decorata da quattro gazzelle in bronzo colte nell’atto di abbeverarsi compie una condensazione visiva e concettuale degna del meccanismo metafisico, in cui l’inconscio prende frammenti di realtà e li fonde in un’unica immagine. Non si tratta di un semplice “collage” di elementi, ma una sorta di sintesi poetica e stratificazione di significati che non si concede immediatamente a uno sguardo superficiale. Per dirla ancora con De Chirico: “Il vero artista è colui che non si ferma all’esperienza sensibile del mondo, ma riesce a vedere attraverso l’intuizione ciò che l’uomo comune non vede e lo restituisce sulla tela.”
Se per la storia ufficiale quelle creature esotiche erano il simbolo propagandistico legato alle colonie dell’Africa orientale negli anni Trenta, oggi, estrapolate da quel contesto, subiscono un ulteriore spostamento di senso. Diventano figure surreali, presenze delicate che appartengono alla zoologia fantastica di un sogno. Si abbeverano al centro di uno spazio a semicerchio che disegna la sagoma di un ferro di cavallo: una curva che si trasforma in un grande talismano urbanistico, un amuleto di pietra che sembra voler proteggere il respiro del borgo dal risveglio del mondo esterno.

Piazza della Repubblica

Una sosta a Tresigallo significa fare esperienza di un vero e proprio cortocircuito, dove lo straniamento è il momento esatto in cui la logica si arrende e la realtà si cristallizza in un eterno presente. Non c’è un prima e non ci sarà un dopo; è il silenzio di un mondo in cui il tempo ha smesso di scorrere, trasformando ogni cosa in un mistero senza fine dove il passato classico e la modernità convivono sospesi in un lungo pomeriggio di fine estate.

-Nikla Cingolani

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