Il presidente della Fondazione Opere Laiche, Ferdinando Manzotti, presenta querela contro la diffusione di dati riservati. La capogruppo di Loreto Progressista, Anna Maria Ragaini, lascia l’aula per protesta contro la seduta a porte chiuse: «Prevale il diritto dei cittadini a essere informati»

Si sposta dall’aula consiliare alle carte degli avvocati la vicenda delle nomine nel nuovo consiglio di amministrazione delle Opere Laiche di Loreto. Da una parte Anna Maria Ragaini, capogruppo di Loreto Progressista, che ha abbandonato il consiglio comunale per protesta contro la seduta segreta e rivendica il diritto dei cittadini alla trasparenza. Dall’altra Ferdinando Manzotti, presidente della Fondazione, che ha presentato querela per la diffusione di dati riservati e parla di gogna mediatica.

avv. Ferdinando Manzotti, presidente Opere Laiche Loreto

Nel consiglio comunale del 30 settembre il primo punto all’ordine del giorno era l’interrogazione dell’opposizione sulla scelta di Manzotti da parte del sindaco Moreno Pieroni e sulla posizione debitoria che, secondo Loreto Progressista, il professionista aveva nei confronti del Comune al momento della nomina, poi interamente sanata. La discussione però non c’è stata: la maggioranza ha votato per procedere a porte chiuse e la consigliera proponente è uscita dall’aula.

Manzotti aveva consegnato al presidente del Consiglio una lettera da leggere durante il dibattito. L’ha poi aggiornata con gli ultimi sviluppi e protocollata ieri. Nel documento contesta la pubblicazione integrale dell’interrogazione sulla pagina social di Loreto Progressista, con importi, voci e annualità che, a suo dire, sarebbero stati riportati anche in modo errato. «Non si tratta più di legittimo controllo politico, ma di esposizione pubblica di un cittadino», scrive. Un debito in sospeso, sostiene, «non equivale né a disonestà né ad inaffidabilità morale». E aggiunge: «Presentare questa vicenda come marchio di indegnità è una forzatura grave strumentale e diffamatoria».

Il presidente difende anche la regolarità della nomina: «L’incarico di consigliere della fondazione non integra in alcun modo un incarico pubblico». Trattandosi di una funzione di natura privatistica, spiega, non le si possono applicare automaticamente i vincoli previsti per gli incarichi pubblici. «Ma questo la signora Ragaini lo sa, o quanto meno dovrebbe saperlo bene. È dunque evidente che il vero ed unico interesse sotteso all’iniziativa della consigliera non era, né è mai stato, quello di verificare la legittimità della mia nomina, bensì quello di espormi al pubblico ludibrio».

Anna Maria Ragaini

Di tutt’altro avviso Ragaini, che già nel comunicato diffuso il giorno della seduta aveva spiegato perché ha lasciato l’aula. Il consiglio senza pubblico e senza diretta streaming, secondo la capogruppo, sarebbe «un modo per impedire ai cittadini di conoscere i criteri con cui si procede alla scelta degli amministratori». «Il consiglio comunale può chiudere le porte al pubblico se deve discutere del privato di una persona per tutelarne la dignità – precisa –. Non può tuttavia farlo se l’obiettivo è discutere della liceità o della trasparenza dell’azione politica e amministrativa di un amministratore pubblico». In discussione, per Ragaini, c’erano i requisiti per ricoprire l’incarico e le verifiche fatte dal sindaco. «Il diritto dei cittadini ad essere informati – sottolinea – prevale sulla riservatezza delle loro condotte quando vi sia un interesse pubblico».

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