Viviamo immersi in una colonna sonora quotidiana satura di conflitti, urla geopolitiche e un iper-tecnicismo che sembra anestetizzare la sensibilità umana. In questo scenario carico di tensione, la 61ª Biennale Arte di Venezia si propone come una zona di tregua e di riparazione simbolica. Il progetto, intitolato In Minor Keys, raccoglie l’eredità decoloniale tracciata nelle edizioni precedenti da Okwui Enwezor e Adriano Pedrosa. Ma se Enwezor analizzava i conflitti su scala monumentale e Pedrosa mappava i corpi del Sud del mondo, la visione dell’équipe della scomparsa Koyo Kouoh compie un gesto più intimo e radicale. Prendendo in prestito il linguaggio della teoria musicale — dove le tonalità minori (i minor keys) sono da sempre il luogo dell’introspezione, della malinconia, ma che si manifestano anche nella gioia, nella consolazione, nella speranza — la mostra abbandona la grandiloquenza per rifugiarsi in una dimensione affettiva, fondata sulle basse frequenze. È l’urgenza di un vero e proprio divenire-minoritario dell’arte: un processo etico e politico che spezza i modelli rigidi del potere per aprire nuove “linee di fuga” e spazi di resistenza molecolare. Una forma di opposizione sotterranea che agisce come un virus invisibile ma inarrestabile e che, anziché cercare lo scontro istituzionale frontale, opera attraverso microscopici cambiamenti quotidiani nelle nostre abitudini, nei desideri e nel modo di percepire il mondo, rendendo inefficace il controllo del potere.

Sintonizzarsi su frequenze minori dentro una macchina espositiva imponente come la Biennale può sembrare una contraddizione: com’è possibile far risuonare un “accordo minore”, raccolto e sommesso, tra le campate monumentali dell’Arsenale o nei Padiglioni dei Giardini? Per comprendere questo cortocircuito ci vengono in aiuto Gilles Deleuze e Félix Guattari. Per i due filosofi, il “minore” non è ciò che è piccolo o debole, ma la posizione di chi abita la lingua del potere — la “lingua maggiore” — per scardinarla dall’interno. È il caso di Franz Kafka, ebreo a Praga, costretto a scrivere in tedesco pur senza appartenere pienamente a quel contesto nazionale ed etnico. Una letteratura minore, come spiegano gli autori, è l’opera di una minoranza che si appropria della lingua ufficiale e dominante (la lingua maggiore) per scardinarla dall’interno, usandola in modi del tutto inaspettati. Allo stesso modo, gli artisti di In Minor Keys usano la magniloquenza dell’istituzione come una cassa di risonanza capovolta per far risuonare ciò che la storia ufficiale ha spesso rimosso o calpestato.
Nell’arte “minore” lo spazio privato del singolo autore si dissolve. Questa postura trasforma il percorso espositivo in una partitura fluida, che guarda all’improvvisazione del free jazz e alle processioni carnevalesche afroatlantiche. L’architettura espositiva rifiuta la rigidità dei muri tradizionali per favorire incontri imprevisti. Disporre piante officinali, cortili d’ascolto, installazioni tessili e altari rituali dedicati alla guarigione proprio nelle navate dell’Arsenale — dove un tempo si fabbricavano le corde per le navi da guerra e per le rotte commerciali coloniali — non è una scelta puramente estetica o decorativa: è un atto politico istantaneo. Ogni installazione, micro-storia o frammento quotidiano si connette immediatamente con la macropolitica globale, mettendo in scacco il canone dominante proprio nel cuore del suo palcoscenico più celebre.
Il “minore” diventa così l’affilato strumento della critica decoloniale attraverso il concatenamento collettivo di enunciazione, concetto chiave dei due filosofi. Questo significa che le opere in mostra non vanno viste come l’esercizio di stile di singoli artisti famosi, ma come casse di risonanza per comunità intere, narrazioni indigene, saperi artigianali – come il progetto corale Con te con tutto di Chiara Camoni (Padiglione Italia) – e memorie rimosse dalla storia ufficiale.
Rifiutando la pretesa occidentale di porsi come unico modello universale, la mostra dà spazio ai cosiddetti mu(l)timondi: un arcipelago di narrazioni plurali, saperi indigeni, tradizioni artigianali e rituali di guarigione. Tra giardini creoli e spazi di meditazione, In Minor Keys non offre ricette salvifiche per il collasso del presente, ma invita a un cambio di postura. Abbassando il volume delle urla geopolitiche, l’arte dimostra che la vera trasformazione e la bellezza nascono negli interspazi, nei margini e nella capacità di lasciarsi cambiare dall’ascolto profondo.

Ciò che la Biennale del 2026 mette in luce è il consolidamento di un percorso già avviato: il ritorno prepotente della dimensione artigianale e materiale nell’arte contemporanea. La mostra riflette una nuova attenzione per la manualità, il recupero delle tecniche di una volta e la cura del dettaglio tecnico. Un fenomeno capillare che salta subito all’occhio visitando l’Arsenale e i padiglioni, dove convivono terrecotte, manufatti in legno, carte lavorate a mano, arazzi e tessuti ricamati.
Se la teoria filosofica si materializza tra i padiglioni nazionali, la geografia di questa Biennale si comprende appieno attraversando sei tappe per me significative. Nei Giardini, la Spagna con l’opera Los Restos di Oriol Vilanova realizza una vertiginosa deterritorializzazione visiva coprendo i muri di cartoline d’archivio: la catalogazione del potere si sbriciola davanti a un’accumulazione poetica e ossessiva. La Germania scuote le coscienze con la mostra Ruin di Sung Tieu e Henrike Naumann: la maestosità dell’edificio neoclassico viene rivestita con un mosaico trompe-l’oeil. L’immagine rievoca i resti di un edificio prefabbricato in Gehrenseestrasse a Berlino, casa d’infanzia dell’artista e fulcro abitativo per i lavoratori vietnamiti giunti nella DDR con programmi governativi. Magnifico il padiglione dell’India (Geographies of Distance), che segna un ritorno storico in laguna: qui l’intimità domestica del filo e del ricamo ricrea la memoria fragile delle case demolite, trasformando la nostalgia in un manifesto politico collettivo. Andreas Angelidakis trasforma il padiglione della Grecia in una spiazzante Escape Room post-digitale: una rivisitazione della caverna platonica che decostruisce i miti della Storia ufficiale con le proprie verità fabbricate e commercializzate. Il Belgio ospita la travolgente mostra-performance IT NEVER SSST di Miet Warlop: un’arena ipnotica ad alta intensità dove performer che ballano fanno circolare pesanti parole di gesso, creano sculture in tempo reale, traducono il caos quotidiano in un ritmo collettivo che si rifiuta di arrendersi all’immobilità del presente.
Se la teoria filosofica si materializza tra i padiglioni nazionali, la geografia di questa Biennale si comprende appieno attraversando sei tappe per me significative. Nei Giardini, la Spagna con l’opera Los Restos di Oriol Vilanova realizza una vertiginosa deterritorializzazione visiva coprendo i muri di cartoline d’archivio: la catalogazione del potere si sbriciola davanti a un’accumulazione poetica e ossessiva. La Germania scuote le coscienze con la mostra Ruin di Sung Tieu e Henrike Naumann: la maestosità dell’edificio neoclassico viene rivestita con un mosaico trompe-l’oeil. L’immagine rievoca i resti di un edificio prefabbricato in Gehrenseestrasse a Berlino, casa d’infanzia dell’artista e fulcro abitativo per i lavoratori vietnamiti giunti nella DDR con programmi governativi. Magnifico il padiglione dell’India (Geographies of Distance), che segna un ritorno storico in laguna: qui l’intimità domestica del filo e del ricamo ricrea la memoria fragile delle case demolite, trasformando la nostalgia in un manifesto politico collettivo. Andreas Angelidakis trasforma il padiglione della Grecia in una spiazzante Escape Room post-digitale: una rivisitazione della caverna platonica che decostruisce i miti della Storia ufficiale con le proprie verità fabbricate e commercializzate. Il Belgio ospita la travolgente mostra-performance IT NEVER SSST di Miet Warlop: un’arena ipnotica ad alta intensità dove performer che ballano fanno circolare pesanti parole di gesso, creano sculture in tempo reale, traducono il caos quotidiano in un ritmo collettivo che si rifiuta di arrendersi all’immobilità del presente.
-Nikla Cingolani

