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Parliamo di Leonardo Facco, autore del libro Umberto Magno. La vera storia dell’Imperatore della Padania, una biografia non autorizzata di Umberto Bossi che, fin dalla sua uscita nel 2010, fece discutere e provocò reazioni durissime.
Oggi, alla luce della scomparsa del fondatore della Lega, Facco torna su quella figura con una posizione che rifiuta apertamente ogni forma di “coccodrillo” o celebrazione postuma. Anzi, denuncia quella che definisce senza mezzi termini l’ipocrisia della politica italiana: da un lato gli elogi trasversali, fino alle parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che lo ha definito “un sincero democratico”; dall’altro, una memoria che – secondo lui – cancella o rimuove sistematicamente le contraddizioni e i fallimenti.
Il cuore della riflessione di Facco è netto: Bossi è stato sì un protagonista capace di portare al centro del dibattito temi come il federalismo e l’autodeterminazione, ma allo stesso tempo – sostiene – un leader che ha tradito quelle stesse idee. Un “tradimento politico”, lo definisce, testimoniato non solo dalle scelte strategiche, ma anche dai fatti: dalle vicende economiche fallimentari legate al sistema leghista, fino alle inchieste e alle contraddizioni tra propaganda e realtà.
Facco rivendica il senso del suo lavoro: non un attacco personale, ma un’operazione di cronaca e verità. Il suo libro – sottolinea – non è mai stato smentito, perché costruito su documenti, testimonianze e fatti. E proprio i fatti, insiste, smontano la narrazione mitizzata: dalla mancata realizzazione del federalismo alle politiche sull’immigrazione, fino a un sistema che avrebbe finito per replicare gli stessi meccanismi di potere che la Lega diceva di combattere, tra familismo, gestione interna e controllo del partito.
C’è poi un passaggio decisivo nella lettura di Facco: l’ictus del 2004, che segna uno spartiacque nella storia politica di Bossi e della Lega, aprendo la strada a dinamiche interne, lotte di potere e trasformazioni che porteranno fino alla leadership di Matteo Salvini.
Ma il punto più polemico resta il presente: per Facco, la celebrazione unanime di oggi non è un atto di rispetto, bensì una riscrittura interessata. Lui rivendica di aver criticato Bossi quando era potente, non dopo. E rilancia una domanda che attraversa tutta l’intervista:
👉 stiamo davvero ricordando ciò che è stato Umberto Bossi, oppure stiamo adattando la sua figura alle convenienze politiche di oggi?

