Il recente convegno tenutosi nella suggestiva cornice della Chiesa dell’Osservanza di Brisighella (RA) il 30 maggio 2026, dal titolo “Giuseppe Ugonia, Bruno da Osimo, Rodolfo Ceccaroni e il rinnovamento del messaggio francescano tra le due guerre”, ha riacceso i riflettori su tre artisti che, pur con linguaggi diversi, hanno operato un profondo rinnovamento della spiritualità d’Assisi. Di fronte ai drammi laceranti dei due conflitti mondiali e all’ascesa delle ideologie totalitarie, queste tre voci hanno saputo proporre un dirompente messaggio di speranza, di pace e di ritrovata umanità.
Il mio intervento al convegno, intitolato «E io lavoravo con le mie mani». L’universo poetico di Rodolfo Ceccaroni, ha inteso offrire una chiave di lettura intima e rivelatrice sulla figura del maestro recanatese, rintracciando il legame indissolubile e quasi liturgico tra la sua pratica di ceramista e la Regola francescana.
Tuttavia, lo studio dei documenti e delle opere d’arte spesso non basta a restituire l’essenza profonda di un uomo. In questo senso, l’intervista alla nipote Giovanna Ceccaroni Cambi-Voglia, ceramista anch’essa e custode affettuosa della memoria di famiglia, è stato determinante per penetrare l’anima profonda del maestro. È grazie ai suoi ricordi e ai preziosi aneddoti da lei vissuti in prima persona che è stato possibile decifrare un carattere straordinario nella sua rigorosa, quasi ascetica coerenza.
Giovanna racconta, con l’intensità di chi ha respirato quell’atmosfera, che lo “Zio Rodolfo” possedesse una granitica gerarchia di valori, del tutto indifferente alle convenzioni sociali del tempo. Persino quando riceveva ospiti di riguardo o intellettuali nel suo palazzo a Recanati, se scoccava l’ora della preghiera pomeridiana, non esitava ad allontanarsi. Senza una parola di scusa, quasi scivolando via in silenzio, usciva dal portone e attraversava la strada per entrare nella Chiesa di San Vito, situata proprio di fronte alla sua dimora. Dopo aver nutrito lo spirito nel silenzio delle navate, tornava dai suoi visitatori e riprendeva docilmente il filo del discorso, come se quel dialogo quotidiano con il sacro fosse la cosa più naturale del mondo.

La vicinanza tra il Palazzo Ceccaroni e la Chiesa di San Vito cessa così di essere un semplice dato topografico per farsi mappa spirituale: rende visibile il legame inscindibile tra la “casa” – intesa come il luogo degli affetti e della fatica del laboratorio – e la “chiesa”, lo spazio del respiro divino. Quell’andarsene senza dire nulla descrive alla perfezione un uomo che non cercava l’approvazione o il plauso degli altri, ma che rispondeva a una categorica necessità interiore.
È lo stesso identico spirito radicale che portava Ceccaroni a rifiutare le mode artistiche effimere del Novecento per restare ostinatamente fedele alla purezza della sua terra e dei suoi umili soggetti contadini. Per lui, la ceramica non è mai stata un semplice mestiere o un mezzo di sussistenza, ma il prolungamento esatto di quella preghiera.
Menzionare questo aneddoto, custodito da un’erede anch’essa ceramista, fa molto più che arricchire la biografia storica: crea un ponte generazionale vivissimo. Ci dimostra che il “fuoco” di Ceccaroni – quello che ardeva nella sua fornace sotterranea a legna e quello che illuminava la sua anima – non si è spento con la sua scomparsa nel 1983, ma continua a riscaldare il nostro presente.
Il Genius Loci
Tornato a Recanati nel 1917, dopo gli studi romani e i fecondi consigli di Biagio Biagetti, Ceccaroni si rifugia nei sotterranei del palazzo di famiglia, un edificio progettato da Carlo Orazio Leopardi su fondamenta trecentesche. Lì sotto si nasconde la Grotta dei Pupi, un suggestivo ambiente sotterraneo scavato nel tufo dove si trovano sculture a tutto rilievo, cariatidi, mascheroni e motivi floreali, realizzati direttamente nella pietra da un anonimo scultore del Cinquecento in fuga dalla giustizia. La consapevolezza che le fondamenta stesse della propria casa custodissero un simile segreto di pietra, modellato nel buio della terra, deve aver generato in Rodolfo un’attrazione fatale per la materia plastica. È in quegli stessi sotterranei che l’artista costruisce un forno a legna – chiamato affettuosamente il suo “piccolo” – avviando una produzione radicalmente artigianale, che va dalla scelta delle terre fino alla composizione dei colori.
Una Teologia della Fragilità e del Recupero
Quella di Ceccaroni è una vera e propria “teologia della fragilità”. La vulnerabilità, il limite e persino l’errore del fuoco non sono visti come difetti, ma come il luogo dell’incontro con il divino. Il caso più celebre è il Transito di San Francesco (il “piatto contorto”), dove la terra si imbarcò vistosamente durante la prima cottura. Ceccaroni non buttò il pezzo: lo dipinse e lo invetriò ugualmente, trasformando il difetto tecnico in un elemento di drammaticità espressionista.
Una filosofia che diventava pratica quotidiana di saggia parsimonia. Come ricorda la nipote Giovanna, Ceccaroni faceva della scarsità un’arte: recuperava il vetro rotto di uso comune e lo grattugiava pazientemente a mano per ricavarne la cristallina, il rivestimento vetroso della maiolica. Allo stesso modo, otteneva la “ramina” – il suo caratteristico verde – raschiando l’ossido di rame dai residuati bellici e dai bossoli dei proiettili della Grande Guerra. Un reperto di morte convertito in pigmento di pura bellezza.

La forza dell’abbraccio
Ceccaroni ha saputo usare l’archetipo francescano come scudo culturale contro la retorica bellica e i traumi del suo tempo, compiendo quello che potremmo definire un vero e proprio “disarmo culturale”. È un concetto prezioso, preso in prestito dal filosofo e teologo Raimon Panikkar, il quale ci ricorda che nessuna pace è mai davvero possibile attraverso il solo disarmo militare o economico; per eliminare la violenza alla radice, è necessario liberare le menti dall’intransigenza, sostituendo la logica della sopraffazione con quella dell’incontro.
È esattamente questa la potente operazione che prende vita nel celebre Piatto dell’Abbraccio (1922). Eseguito nell’anno fatidico della Marcia su Roma, mentre le piazze italiane erano insanguinate dagli scontri di fazione, l’opera si configura come un atto di esplicita dissidenza politica. Ceccaroni vi ritrae due giovani stretti in un abbraccio serrato, quasi fusi l’uno nell’altro: sulla manica di uno spicca il teschio squadrista, su quella dell’altro la falce e il martello. Sopra di loro, come un decreto dello spirito che squarcia il buio dello sfondo, il cartiglio giallo ammonisce: Coloro che si riabbraccino non sono nemici ma fratelli.

Quattro anni dopo, nel 1926, con il Piatto della Processione, lancerà l’invocazione medievale: A peste fame et bello libera nos Domine (Dalla peste, dalla fame e dalla guerra, liberaci o Signore). Contro la logica della forza e il consolidamento del regime, Ceccaroni ricorda che una comunità si salva solo camminando unita, solidale e – come nei suoi piatti – simbolicamente a piedi nudi sulla terra, azzerando ogni distanza sociale e ideologica di fronte alla Storia.
Un’eredità vivente
Rodolfo Ceccaroni donò le sue 172 opere al Comune di Recanati nel 1981, due anni prima della sua scomparsa, ma il suo fuoco non si è spento. Menzionare questo percorso oggi significa anche celebrare un ponte generazionale che arricchisce la narrazione e la rende viva e più contemporanea che mai.
Questa eredità abita ancora tra le pareti di casa, ma soprattutto pulsa nei suoi eredi artistici attraverso un affascinante passaggio di testimone. Troviamo questa linfa nel nipote Piero Ceccaroni, la cui arte libera la ceramica verso visioni più liriche e simboliste; e la ritroviamo, intatta nella sua radice sacra, nella nipote Giovanna Ceccaroni Cambi-Voglia. Per lei, il sentimento religioso e le pagine bibliche rimangono l’ispirazione di terrecotte in cui la figura femminile viene celebrata nel suo ruolo ancestrale di generatrice e formatrice di uomini. Una staffetta creativa, questa, che giunge infine alla pronipote Paola Grizi, nelle cui sculture l’argilla si modella e si apre letteralmente come un libro scritto dalle mani del tempo.
A sette secoli di distanza, quel precetto del Testamento di San Francesco citato a Brisighella – «E io lavoravo con le mie mani… e voglio che tutti lavorino» – si compie sotto i nostri occhi. Non è più solo una regola monastica, ma una linea d’arte che continua. Ognuno con la propria voce, ma tutti fedeli alla stessa, onesta verità della terra.
Proprio per questo, dopo il prezioso tributo offerto dal convegno romagnolo, sarebbe quanto mai auspicabile che anche Recanati tornasse a ricordare e celebrare, con una rinnovata attenzione critica, questo suo figlio illustre. Un uomo che ha così profondamente amato la sua terra da farne materia sacra e da lasciarle in dono, prima di spegnersi, l’essenza stessa della sua intera produzione.
-Nikla Cingolani


