Ci sono sere in cui il teatro smette di essere un luogo di svago ed elegge se stesso ad assemblea civile, rito di catarsi collettiva e specchio urticante del nostro tempo. È quanto accaduto al Teatro Comunale Cortesi di Sirolo in occasione del Premio Nazionale Franco Enriquez, dove la Compagnia PoEM, guidata dalla regia sapiente di Gabriele Vacis, ha portato in scena Sette a Tebe. Questo terribile amore per la guerra.
Lo spettacolo, liberamente ispirato al testo di Eschilo, scardina ogni convenzione formale fin dal primo istante. Sul palco non ci sono scenografie maestose, ma solo file di sedie nude. Le luci della sala rimangono accese per tutta la durata della rappresentazione: una scelta politica prima ancora che estetica, che rompe la finzione della “quarta parete”, quel confine invisibile tra attori e pubblico, e impedisce agli spettatori di nascondersi nel buio dell’indifferenza. Si condivide lo stesso spazio, lo stesso tempo e, inevitabilmente, la stessa responsabilità morale.
L’urgenza del presente irrompe quando il giovane attore Lorenzo Tombesi (di Ancona), leggendo sullo smartphone alcune riflessioni sul momento attuale, affronta lo spettro di un possibile richiamo alle armi. Ricorda alla platea che in Italia la leva obbligatoria è solo sospesa ma non abolita, e che potrebbe essere riattivata in caso di guerra o grave crisi internazionale. È in questo clima di precarietà che pronuncia la domanda che raggela la platea: “Quando mi chiameranno?”. Un grido vulnerabile per una generazione per la quale il conflitto non è un capitolo di storia astratto, ma una minaccia fisica e imminente.

Il testo antico di Eschilo viene fatto dialogare senza sosta con la contemporaneità, appoggiandosi alle tesi dello psicanalista James Hillman per esplorare l’attrazione primordiale della guerra: il cameratismo, lo scopo supremo, il sacro e l’estasi del sacrificio. Tuttavia, quando la teoria si fa così astratta da dimenticare il dolore della carne, rischia di trasformarsi in una propaganda involontaria e di alimentare proprio ciò che vorrebbe analizzare. A quest’astrazione si contrappongono i corpi degli attori che, inizialmente vestiti di un nero severo, incarnano le reazioni biologiche primordiali all’orrore teorizzate dal neurobiologo Henri Laborit: la fuga, l’aggressività e la paralisi traumatica. E mentre gli uomini della compagnia mettono in scena la matrice patriarcale e maschilista originaria della tragedia, ordinando alle donne di tacere e non intromettersi, emerge un doloroso cortocircuito con il nostro presente. In una scena di straordinaria intimità, una delle interpreti ricorda come l’universo femminile possieda una familiarità innata e profonda con il sangue: da quello mestruale alla perdita della verginità, fino a quello sacro del parto. È il sangue che genera e custodisce la vita, e che per questo rifiuta la spietata logica bellica dove i corpi vengono sacrificati sull’altare del potere. Ma se nella tragedia greca il coro delle donne incarna il terrore del conflitto e implora la pace in nome della conservazione dell’esistente, nella contemporaneità assistiamo a una stonatura dolente: le donne giunte ai vertici del potere politico si uniformano spesso alle medesime logiche di riarmo dei colleghi uomini, dimostrando quanto la macchina bellica sia un ingranaggio totalizzante, capace di schiacciare persino le resistenze di genere.
È a questo punto che gli interpreti, spogliatisi del nero per indossare a vista gli abiti colorati di tutti i giorni, spalancano il cuore pulsante dello spettacolo: la tragedia cede il passo alle biografie reali delle attrici. Il regista sceglie di affidare la narrazione unicamente alle donne, forse perché in questo momento storico sono proprio loro a custodire le chiavi di una guarigione collettiva. Le interpreti si confessano al proscenio regalando al pubblico frammenti di storie familiari che si fanno parabole universali, mutando il dolore e il silenzio in un canto di riscatto e di presenza viva. E c’è la memoria della nonna che in tempo di guerra cucinava sia per i partigiani che per i fascisti perché, diceva, “si mangia tutti insieme”: custode di una saggezza ancestrale che non riuscirà tuttavia a salvare due fratelli, divisi dall’ideologia, dal tragico destino di uccidersi a vicenda, proprio come nel duello fratricida tra Eteocle e Polinice.
Dal freddo ed enciclopedico elenco tecnico delle armi moderne, che spoglia la morte di qualsiasi epica, alla descrizione della cosiddetta “sindrome del pistolero” (dove la rigidità del braccio destro serve a controllare in maniera ottimale la fondina), lo spettacolo giunge al suo culmine emotivo. “Mi chiamo Gabriele Valchera, sono del ’99 come la generazione persa nel primo conflitto mondiale. Nel cimitero della mia città ci sono le lapidi dei caduti: non c’è la data di nascita, ma solo quella di morte, come se non fossero mai nati, mai vissuti. Come se fossero soltanto morti. Io mi chiamo Gabriele, ho ventisette anni e sono vivo”.
L’intervento di Valchera (anche lui anconetano) apre uno squarcio devastante sul palcoscenico. Sembra chiedere a ciascuno di noi: cosa ci hanno insegnato tutti quei morti? Sembra che l’umanità non abbia imparato nulla dal passato, condannata a una perenne amnesia che trasforma il dolore in vuota retorica monumentale. Quelle lapidi spoglie ci ricordano che quando la memoria tace o viene anestetizzata dal linguaggio della geopolitica, la storia è destinata a ripetersi.
È per spezzare questo ciclo che, subito dopo, gli attori della compagnia prendono la parola uno dopo l’altro — “Mi chiamo Erica, ho 25 anni e sono viva” — scandendo il proprio nome e la propria età in un’affermazione che suona come una preghiera, un rifiuto dell’oblio e un atto di resistenza. Un contagio emotivo che supera il palcoscenico e travolge la platea: gli spettatori, mossi da un’emozione incontrollabile, iniziano a dichiarare la propria presenza al mondo. Un coro collettivo che sembra gridare all’unisono un’unica cosa: “Siamo vivi”.

È qui che si ridefinisce il concetto stesso di Pace. Una parola che la politica contemporanea ha preteso di imbrigliare dietro la formula retorica della “pace giusta”. Ma la pace non ha bisogno di aggettivi, di condizioni o di confini geopolitici; aggiungere un aggettivo significa solo cercare una nuova giustificazione per le armi. La pace esiste e basta, perché è il presupposto biologico e sacro della vita.
Il finale è un colpo al cuore: dopo tanta luce, i riflettori si spengono di colpo e cala un buio improvviso, totale, assoluto. Un silenzio denso e sospeso avvolge il Teatro Cortesi per qualche istante, prima di sciogliersi in un applauso liberatorio, lunghissimo ed entusiasta. Si esce dal teatro con un nodo in gola per la commozione, ma con una certezza ritrovata: di fronte all’incapacità di imparare dalla storia, il rifiuto categorico della guerra non è un’ingenuità, ma l’unica reazione autenticamente umana rimasta.
-Nikla Cingolani

