Lutto a Recanati e nel mondo della Polizia di Stato per la scomparsa di Marco Marconi, morto all’età di 62 anni dopo una malattia. Da due anni era in pensione, ma il suo nome era rimasto un punto di riferimento sia per i colleghi sia per tanti cittadini che avevano avuto modo di conoscerlo durante il suo lungo servizio alla Questura di Macerata.
Marconi aveva iniziato il proprio percorso professionale frequentando il corso di formazione a Trieste, per poi prestare servizio a Roma e successivamente a Milano, fino all’approdo nelle Marche, dove aveva trascorso gran parte della sua carriera professionale. A Macerata aveva ricoperto il ruolo di sostituto commissario nella Divisione anticrimine, occupandosi in particolare di polizia giudiziaria, ammonimenti del questore e casi legati allo stalking e alla violenza di genere.
I funerali saranno celebrati domani pomeriggio alle ore 16 nella parrocchia Cristo Redentore. In queste ore sono numerosi i messaggi di cordoglio e i ricordi di chi ha lavorato al suo fianco. Tra questi quello di Gabriele Accattoli, che per oltre trent’anni ha lavorato nella Polizia Scientifica di Macerata.
“Per me Marco andava oltre il collega, un po’ per la vicinanza del lavoro un po’ per la parentela con Maurice, per tantissimi anni abbiamo avuto un rapporto molto forte che andava oltre il lavoro. Serate insieme, cene insieme, gite….
Me lo ricordo ancora quando io ero da poco sposato c’ha arrivava alle 22.30/23 con la sua fidanzata, Katia, oggi sua moglie, a casa mia con 4 pizze e giù fare serata fino a notte fonda.
Marco era un uomo molto riservato, apparentemente serio se non a tratti burbero, ma non era veramente così, era un amicone, sempre pronto allo scherzo ed alla battuta. Era una bravissima persona, un amico ed un collega sul quale potevi sempre fare affidamento.
Oltre al lavoro, negli ultimi anni stavamo nella stessa divisione, Anticrimine, ho trascorso con lui e sua moglie Katia tantissimi bei momenti, tantissimo tempo che resterà scolpito nella memoria e che me lo farà ricordare più che come un collega, come un vero grande amico.
Con mia moglie abbiamo trascorso questi due o tre mesi della sua malattia come un calvario, increduli che Marco, così, da oggi a domani ci poteva lasciare, tutti i giorni o quasi a rompere le scatole a Maurice, alla sorella Suzanne, ai cugini con quali avevo più contatti, Carlo, Cristina in particolare, per sapere come andava con la speranza di sentirsi dire che la malattia poteva essere sconfitta.
Purtroppo è stata un’illusione, è stato bello crederci e sperarlo la nuda e cruda verità è stata un’altra, con un altro epilogo.
È la vita, purtroppo, e dobbiamo fare i conti anche con questo, viviamo come se dovremmo conquistare il mondo senza accontentarci mai di niente, cercare sempre il di più, poi di fronte a queste cose dobbiamo solo abbassare la testa e riconoscere quanto siamo deboli.
Marco era un grande amico, anzi, Amico, con la A maiuscola, non meritava questa sorte”

