Si è concluso con tre condanne il processo per la truffa che, nel febbraio del 2019, aveva colpito la casa d’accoglienza San Giuseppe di Loreto, struttura che ospita i pellegrini a pochi passi dalla Basilica. Il giudice Alessandra Alessandroni ha inflitto due anni di reclusione a tre imputati, ritenuti responsabili di aver raggirato la superiora dell’istituto inducendola a effettuare bonifici per complessivi 9.500 euro.
I condannati sono una donna di 38 anni di Messina, un uomo di 48 anni di Milano e un 49enne di Siracusa. Oltre alla pena, il tribunale ha disposto il pagamento di una provvisionale di 5 mila euro in favore della parte civile.
Diversa la posizione di un quarto imputato, un 37enne di Genova. Nei suoi confronti la superiora, assistita dall’avvocato Sabrina Montali, ha ritirato la querela per ragioni umanitarie, essendo l’uomo gravemente malato. Trattandosi però di truffa aggravata, il procedimento nei suoi confronti proseguirà comunque e riprenderà a settembre.
Il raggiro
Nel corso dell’udienza è stata ascoltata la testimonianza della religiosa, originaria del Madagascar, che ha ricostruito la dinamica dell’inganno. Tutto ebbe inizio il 18 febbraio 2019, quando alla casa d’accoglienza arrivò una telefonata da parte di una donna che si qualificò come dipendente del Comune di Loreto.
La falsa funzionaria spiegò che l’amministrazione aveva sostenuto economicamente la congregazione per alcuni lavori di ristrutturazione effettuati negli anni precedenti, interventi realmente eseguiti nella struttura, tra cui il restauro di una “mezza luna”. Al termine della conversazione annunciò che, di lì a poco, la superiora sarebbe stata contattata da un operatore della banca.
Pochi minuti dopo arrivò la seconda telefonata. Il sedicente bancario sostenne che sul conto corrente della congregazione era stato accreditato, per errore, un contributo superiore a quello spettante e che occorreva restituire immediatamente la somma eccedente.
Convinta della veridicità della richiesta, la religiosa effettuò due bonifici per un totale di 4.500 euro. Successivamente venne ricontattata e, con un nuovo pretesto, fu indotta a eseguire altri due versamenti, questa volta per complessivi 5.000 euro.
Solo in seguito emerse che si trattava di una truffa studiata nei minimi dettagli: il denaro era stato accreditato sui conti riconducibili agli imputati, che ora sono stati riconosciuti colpevoli dal tribunale


