di Cristina Offidani
Lo immagino così, affacciato dagli infiniti spazi oltre la siepe a rimirare il finito, assorto ad ascoltare i suoi immortali versi in lingua cinese, idioma che in vita l’aveva a lungo incuriosito ed affascinato. Giacomo Leopardi infatti si interessò della scrittura cinese, confrontando il nostro sistema fonetico con quello logografico del mandarino, già dal 1821 nello Zibaldone. Un altro rimando all’estremo oriente lo troviamo nella celebre poesia Canto notturno di un pastore errante dell’Asia dove il fascino per l’esotico si mescola alla malia della luna, la stessa che in ogni tempo e in ogni angolo della terra interroga e attrae come le maree l’animo umano.
Chissà quale effetto farebbe al poeta recanatese ascoltare L’infinito non solo nella lingua natia, dalla penetrante voce dell’attrice concittadina Giulia Poeta, ma nell’idioma cinese tradotto dall’eminente professor Wen Zheng. È successo a Pechino e Shanghai grazie a un ispirato e ambizioso progetto che ha gettato ponti nello spazio e nel tempo attingendo a versi sempre attuali ed universali attorno ai quali possiamo dimenticare le nostre mille differenze e riconoscere la nostra comune radice umana assetata d’infinito.
Il 16 giugno 2026, presso l’Istituto di cultura di Pechino, diretto dall’illuminato Federico Roberto Antonelli, è andato infatti in scena lo spettacolo “Leopardi: verso l’infinito“, scritto e interpretato dalla stessa Giulia Poeta, in questi giorni non solo in veste di attrice e doppiatrice ma onorata ambasciatrice della cultura leopardiana in Cina. La particolarità dello spettacolo è stata immaginare il sommo poeta introdurre in prima persona i suoi più celebri canti la cui traduzione in cinese veniva proiettata sul grande schermo.

L’ambizioso progetto è riuscito ad accostare due idiomi e due culture apparentemente molto lontane che si sono raggiunte proprio nel punto dove la nostra ragione si ferma attraversando quel limite solo con l’immaginazione e la poesia, col sentimento e l’emozione. Emozione fatta di versi e di note, quelle struggenti della violinista di Castelfidardo Melissa Cantarini, che ha accompagnato la recitazione delle liriche attraverso il linguaggio universale e magico della musica. La lettura dei versi in entrambi i due idiomi è avvenuta il giorno seguente nell’ambito della Beijing International Book Fair per la presentazione della prima edizione cinese dell’opera dei Canti di Giacomo Leopardi.
Alcune delle più celebri poesie di Leopardi sono state magistralmente lette in italiano da Giulia Poeta e in mandarino dal prof. Wen Zheng per dare l’opportunità al pubblico cinese di far propri i nostri celebri Canti. E se crediamo con Dostoevskij che “la bellezza salverà il mondo” la condivisione di arte, filosofia e cultura tra i popoli potrebbe essere l’antidoto persino alla guerra.
Questo percorso nell’anima del poeta si è concluso il 18 giugno a Shanghai, arricchendo la serata di Gala Dinner del Panda d’Oro dedicata alla premiazione degli italiani in Cina distintisi in campo sociale e imprenditoriale, con un estratto dello spettacolo messo in scena a Pechino, connubio perfetto fra musica e poesia. In quest’ultima occasione si è colta ancora una volta l’emozione del pubblico e la sensazione che la scrittura del poeta non serva a dar voce solo al proprio intimo, né sia diretta solo ai suoi contemporanei, ma riesca a raggiungere i più lontani confini della terra e l’uomo di ogni tempo, parlando non solo alla mente e alla cultura ma all’animo umano.
Ha del miracoloso che un poeta vissuto secoli fa possa risorgere ogni volta che si leggono i suoi versi, soprattutto quando chi li declama è in grado di sprigionarne tutto il pathos celato. Proprio come riesce a fare Giulia Poeta, il cui cognome diventa destino quando presta la sua voce anche al poeta che non ha più voce terrena, riattivando ad ogni parola quel flusso vitale d’energia che anima i suoi versi.
La potenza della poesia riesce a risvegliare perfino lo spirito assopito delle generazioni di nativi digitali che spesso lasciano l’attività creativa a una macchina senz’anima. L’attualità dei temi trattati e l’emozione che ancora suscita in noi la poesia di Giacomo Leopardi ci rassicura, in fondo, che siamo ancora uomini e come tali siamo ancora in grado di sentire il riverbero di quelle domande di senso che ognuno porta dentro di sé e che il poeta ha espresso in modo così luminoso e affascinante. Infatti, secondo il teorico del romanticismo italiano, la poesia è il recupero della facoltà immaginativa tipica dei fanciulli e degli antichi, capacità che da adulti concreti e razionali quali siamo rischiamo di perdere. Ma ora a rischio sono persino i piccoli uomini in formazione quando, davanti a un foglio bianco, invece di vedervi uno spazio di libertà per dare respiro al proprio mondo interiore, chiedono a un algoritmo di riempirlo al loro posto. Per questo i poeti come Leopardi sono necessari come il pane, soprattutto oggi, perché non si spenga la nostra vena poetica e creativa, perché nessun confine né alcun limite ci fermi ma anzi ci spinga a immaginare cosa ci sia oltre quella siepe, perché la nostra sete d’infinito non si plachi mai.


